Progetto 2017

Progetto “Unforgettable” Omaggio a Nat King Cole

“Crossroads” a Forlì

Mercoledì 26 aprile

FORLÌ (FC), ISTITUTO MASINI, ORE 10:00-13:00

“Nat King Cole, la voce di velluto”

alla scoperta di un mito del jazz

incontro con gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Artistico di Forlì a cura di Francesco Martinelli, docente di storia del jazz alla Siena Jazz University parteciperanno Fabio Petretti e Michele Francesconi, curatori degli arrangiamenti della produzione originale “Unforgettable”, in programma il 1° maggio al Teatro Diego Fabbri

ANTEPRIM– GUIDA ALL’ASCOLTO

Alcuni giorni prima dello spettacolo del 1° maggio a Forlì, inserito nel festival regionale Crossroads 2017, è in programma un incontro con gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Artistico a indirizzo musicale focalizzato sulla figura di Nat King Cole, genio e mito del jazz che il successivo appuntamento vuole omaggiare: a raccontare la sua breve ma intensa storia e a guidare i ragazzi all’ascolto della sua musica e del suo canto caldo e suadente sarà il docente, studioso e scrittore Francesco Martinelli. Prenderanno parte alla conferenza, realizzata in collaborazione con Romagna Musica, anche Fabio Petretti e Michele Francesconi, rispettivamente direttore e pianista dell’Italian Jazz Orchestra, entrambi tra gli arrangiatori del repertorio di Cole in programma la sera del 1° maggio al Teatro Diego Fabbri.

Conviene rilevare che Nat King Cole è stato il primo artista di colore divenuto popolarissimo presso un pubblico del tutto multirazziale. Fu tra l’altro il primo artista nero-americano a condurre un proprio programma radiofonico e un suo show televisivo. È stato inoltre tra i primi artisti a rifiutare di esibirsi in locali in cui vigeva la separazione razziale.

Lunedì 1 maggio

FORLÌ (FC), TEATRO DIEGO FABBRI, ORE 21:00

“UNFORGETTABLE”

Omaggio a Nat King Cole

ITALIAN JAZZ ORCHESTRA + special guests FABRIZIO BOSSO & WALTER RICCI

Direttore FABIO PETRETTI

ITALIAN JAZZ ORCHESTRA:

Achille Succi – sax alto, clarinetto basso; Marco Postacchini – sax baritono, flauto; Daniele Giardina – tromba; Massimo Morganti – trombone, euphonium, arrangiamenti; Michele Francesconi – pianoforte, arrangiamenti;

Paolo Ghetti – basso el., contrabbasso; Stefano Paolini – batteria. ARCHI. Violini: Cesare Carretta, Fabio Lapi, Simone Castiglia,

Paolo Del Lungo, Aldo Capicchioni, Elisa Tremamunno. Viola: Michela Zanotti.

Violoncello: Anselmo Pelliccioni. Contrabbasso: Roberto Rubini.

special guests: FABRIZIO BOSSO – tromba; WALTER RICCI – voce.

Fabio Petretti – direzione, arrangiamenti

Nat King Cole video collage: immagini, concerti, special TV, interviste produzione originale Jazz Network/Crossroads – Romagna Musica Fabrizio Bosso artist in residence

PROGETTO

Non è un caso che per il quarto anno consecutivo il progetto di Crossroads nella città di Forlì approdi in data 1° maggio: l’intento è che questo appuntamento annuale incarni la tradizione forlivese del 1° maggio musicale. Ed è intenzionale che la musica sia il Jazz: arte per antonomasia libera e creativa, il Jazz è infatti metafora eccellente di ideale convivenza, di solidarietà, interrelazione paritaria, nonché quindi insuperabile modello sociale ed educativo. Perno di questa tradizione del 1° maggio jazz a Forlì, è infine l’Italian Jazz Orchestra, costituita da valenti musicisti del territorio, impegnata ogni volta in una diversa produzione originale, al fianco di grandi jazzisti come ospiti speciali.

L’ambizioso e inedito progetto dal titolo “Unforgettable”, in omaggio a Nat King Cole, prevede un complesso e articolato lavoro di preparazione, con arrangiamenti originali studiati per l’occasione, e culminerà il 1° maggio 2017 in un imponente concerto presso il Teatro Diego Fabbri di Forlì, inserito nella XVIII Edizione del prestigioso “Crossroads”, festival regionale unico in Italia per estensione temporale e territoriale nonché per originalità di formula, fiore all’occhiello della proposta culturale d’Emilia-Romagna: dal 26 febbraio ai primi di giugno 2017, un’intensa kermesse di una cinquantina di eventi attraverserà l’intera regione, toccando una ventina di città grandi e piccole.

Questa co-produzione originale a firma di Jazz Network e Romagna Musica – storiche strutture culturali che operano da lungo tempo e con competenza sul territorio regionale – coinvolgerà artisti in gran parte forlivesi (quasi integralmente emiliano-romagnoli), con la presenza come special guests di due dei più stimati jazzisti italiani: il trombettista Fabrizio Bosso e il cantante Walter Ricci, già pluripremiato seppur giovanissimo. Alle spalle degli artisti, sullo sfondo del palco, scorreranno immagini di repertorio, video, riprese televisive, fotografie, spezzoni di film, interviste di Nat King Cole.

L’Italian Jazz Orchestra, super formazione di 16 elementi diretta da Fabio Petretti, la funambolica tromba di Fabrizio Bosso e la magnifica voce di Walter Ricci intoneranno temi e musiche care al repertorio di Nat King Cole, uno degli artisti più amati della storia del jazz, cantante e pianista popolarissimo, scomparso nel 1965 non ancora quarantaseienne.

PROTAGONISTI

L’Italian Jazz Orchestra, composta da un gruppo   d’archi,   una   sezione   ritmica   e   un cospicuo numero di fiati variabile da 6 a 10 a seconda del progetto, si è costituita nel 2011 ed oggi si sta imponendo come punto di riferimento e di sperimentazione di nuovi orizzonti musicali grazie all’apporto di numerosi talenti sia in campo strumentale che in campo compositivo. Diretta da Fabio Petretti, dalla sua fondazione ha dato vita a importanti collaborazioni con il trombettista Fabrizio Bosso, il pianista Enrico Pieranunzi, la cantante Cristina Zavalloni. Negli ultimi anni ha collaborato con l’associazione culturale Jazz Network a co-produzioni originali di grande successo per il festival “Crossroads”, entrambe presso il Teatro Fabbri di Forlì in data 1° maggio: nel 2014 con il progetto “Trilogy” (sulle musiche di Frank Zappa, Charles Mingus e Jimi Hendrix), protagonisti i Quintorigo e il batterista Roberto Gatto; nel 2015 con il progetto “Angelo Azzurro” Omaggio a Marlene Dietrich, che vedeva Silvia Donati alla voce e Fabrizio Bosso alla tromba, sulle immagini dal film “L’Angelo azzurro” di Josef von Sternberg (1930) con il patrocinio del Goethe-Institut; nel 2016 con il progetto “Let’s Get Lost” Omaggio a Chet Baker, con il trombettista Enrico Rava e il batterista-cantante Aldo Romano, su immagini video del leggendario trombettista-cantante dell’Oklahoma.

Fabrizio Bosso (Torino, 1973) è da anni il trombettista italiano in maggiore ascesa, e la sua corsa al successo non sembra minimamente arrestarsi. Del resto, anche le meraviglie tecnico-espressive con le quali ripaga il numeroso pubblico che lo segue continuano ad affinarsi da un concerto all’altro.

Dopo molto jazz in contesti standard, soprattutto in quartetto e quintetto ma spesso anche in duo (con Antonello Salis, Luciano Biondini, Irio De Paula) e molte comparse sui palchi e i dischi del pop nazionale (da Cammariere a Gualazzi, passando per Mario Biondi, Nicola Conte e Nina Zilli), Bosso è anche di recente giunto alla prova del jazz sinfonico: “Enchantment” è una lunga suite, registrata nientemeno che con la London Symphony Orchestra, che ripercorre in maniera impetuosa le più significative composizioni per film di Nino Rota, da La dolce vita al Padrino, dal Gattopardo Otto e mezzo e molte altre, con una ritmica jazz e un’orchestra classica di ben 35 elementi tra archi, fiati e percussioni.

Walter Ricci, classe 1989, cresce in un ambiente artistico grazie al padre musicista, e fin da giovanissimo si appassiona al jazz. Attratto da giganti come Frank Sinatra, Tony Bennett ed Ella Fitzgerald, si dedica allo studio del pianoforte specializzandosi da subito in tecnica dell’improvvisazione e in pochi anni lo troviamo già sui palchi dei jazz club più ambiti a esibirsi con musicisti di rinomata esperienza.

Nel 2006 vince il “Premio Nazionale Massimo Urbani” e la sua carriera prende il via. È in quella occasione che incontra il trombettista torinese Fabrizio Bosso, che lo vorrà spesso accanto a sé e che lo sosterrà negli anni   a   seguire.   Nel   2007   suscita   l’interesse   di   alcuni   network internazionali e testate giornalistiche come Jazz Magazine e Jazzit, che gli dedicano diverse interviste. Nel 2008 incontra Stefano Di Battista, con il quale si esibisce in Italia e all’estero. Nello stesso anno la sua voce compare all’interno dell’album Touch (Schema Records) di Lorenzo Tucci, uno dei batteristi jazz di maggior talento in Italia. Nel 2009 arriva l’incontro con Pippo Baudo che lo invita al programma “Domenica In” come vocalist dell’orchestra diretta da Pippo Caruso. Nelle numerosissime puntate del programma, in onda su Rai 1, ha l’occasione di incontrare e duettare con artisti di fama internazionale, tra i quali Michael Bublè e Mario Biondi. Quest’ultimo lo chiama a prender parte al suo disco e al suo tour. Nel frattempo collabora con Guido Pistocchi nell’album Spring Time per la Dejavu, e quindi con il sassofonista Daniele Scannapieco, con cui realizza un omaggio a uno dei più grandi compositori della storia, The Cole Porter Songbook. Nell’ottobre 2012 si esibisce, come ospite, nel quartetto di Luca Santaniello al Dizzy’s Club Coca Cola del Lincoln Center di New York e nel 2015 arriva in semifinale alla prestigiosa Monk Competition a Los Angeles. Nel settembre 2016 partecipa al festival internazionale New Wave Contest a Sochi, in Russia, dove si aggiudica il primo posto incantando il pubblico con l’esecuzione di una personalissima “Superstition”, poi in duetto con la cantante kazaka Ademi sul brano “Messages of Love” e riservando per la terza sera l’inedito, scritto a quattro mani con Stefano Di Battista, “Dentro un film”. Nonostante la giovane età, Walter Ricci continua ad esibirsi con formazioni proprie e in collaborazione con artisti di fama, dimostrando non solo di avere la padronanza della grande tradizione dei crooner d’oltreoceano ma, grazie all’ascolto senza restrizioni e all’amore senza limiti per la musica di ogni genere e tempo, di riuscire a creare uno stile personale denso di sfumature e di nuove sonorità, che spazia con grande naturalezza dal jazz al pop.

“Il genio, diceva Thelonious Monk, è quello che più somiglia a se stesso”: l’espressione e la valorizzazione della personalità individuale, di ogni singola voce, è probabilmente il tratto più originale e interessante di questa musica; il musicista di jazz, quindi, aspira ad essere inconfondibile e immediatamente riconoscibile. E non c’è dubbio che all’ascolto della voce di Nat King Cole, anche l’ascoltatore meno avvertito è in grado di riconoscerla dopo due secondi…

Eppure i tratti della sua unicità non sono limitati a quella voce che pure gli avrebbe dato una notorietà planetaria: il suo stile pianistico, così come la scelta di adottare col suo trio un formato privo della batteria (in un’epoca, oltretutto, dominata dalla big band) sono altrettanto rilevanti nella definizione della straordinarietà di questo immenso artista.

Nat King Cole, come viene spesso rilevato, è stato il primo musicista nero a rompere la “barriera della razza”, ovvero ad essere amato da un pubblico pienamente multirazziale. Bisogna però aggiungere che tutto ciò è avvenuto senza minimamente annacquare o dissimulare contenuti e caratteristiche del suo essere africano-americano: il suo primo grande hit come cantante infatti è Straighten Up and Fly Right (1943), brano con una spiccata componente “etnica”, stante che era ispirato a una popolare storia folk che suo padre, predicatore battista, usò come spunto per un sermone.

Come si è detto, contrariamente al suo “contraltare” Frank Sinatra, Cole non inizia la propria carriera come cantante di big band, bensì come pianista: la “musicalità delle parole” quindi, per lui, è un’acquisizione, non un punto di partenza. Certamente l’essersi formato in un trio che potrebbe definirsi di “swing implicito”, stante l’assenza della batteria, è una grande scuola per far vivere e swingare “frasi ritmiche” come quelle di Lush Life (“where one relaxes on the axes of the wheel of life, to get the feel of life, from jazz and cocktails”), pur in un arrangiamento pieno di archi e un po’ pomposo come quello del grande Pete Rugolo.

Solitamente, quando si rende tributo a un grande del passato, trattasi di un compositore. Lo scopo è quello di verificare quanto ciò che è rimasto sulla pagina scritta possa arricchirsi di vita ulteriore. Potrà sembrare paradossale che nel nostro caso si sia deciso di omaggiare invece due grandi interpreti: il tributo a Cole, infatti, segue quello a Chet Baker del 2016. È bene tenere a mente però che quando si vuole utilizzare una metafora per il jazzista in azione, si dice che sta “raccontando una storia”. Non che la sta scrivendo. Di questa funzione fondamentale Nat King Cole era del tutto consapevole, nelle sue stesse parole: “I’m an interpreter of stories; when I perform it’s like sitting down at my piano and telling fairy stories” (sono un interprete di storie; quando sono in scena, è come sedersi al piano e raccontare una novella). Lo scopo di questi progetti è dunque quello di ricreare un’intensità narrativa, di costruire appunto il clima della storia.

Nathaniel Adams Coles nasce a Montgomery, in Alabama, nel 1919, in una famiglia piena di musica: il fratello Freddy sarebbe diventato anche lui cantante; il padre era ministro Battista; la madre era l’organista della chiesa e lo introdusse al jazz, al gospel e alla musica classica. Altrettanto zeppa di musica era la città in cui si trasferirono quando Nat aveva ancora pochi anni: Chicago. Qui ascolta per la prima volta Earl Hines, che sarà la sua principale influenza. Nel 1936 inizia a lavorare professionalmente e una breve tournée lo porta in California, dove si stabilirà dando vita al suo leggendario trio (nella versione “aurea”, con Oscar Moore alla chitarra, e Wesley Prince o Johnny Miller al contrabbasso).

Cole raggiunge una buona fama come pianista jazz: compare nei primi concerti del Jazz at the Philharmonic e partecipa ad alcune sessions con Lester Young, Red Garland e Lionel Hampton. Ma non si segnala come cantante fino alla pubblicazione di Sweet Lorraine, nel 1940. Paradossalmente, non si considerò mai un grande cantante, al punto da raggiungere questa vera perla di understatement: “I’m a musician at heart, I know I’m not really a singer. I couldn’t compete with real singers. But I sing because the public buys it” (nel cuore sono un musicista, so di non poter competere coi veri cantanti, ma canto nei dischi perché il pubblico li compra).

Il periodo a cavallo fra i due decenni è una serie ininterrotta di grandi successi, aperta nel 1949 dal capolavoro di Billy Strayhorn Lush LifeMona Lisa, nel 1950, è in vetta alla classifica Billboard per cinque settimane; Too Young, nel 1951, ha analoga sorte. In seguito pubblica Smile, che sarà uno dei suoi “cavalli di battaglia”. Nello stesso periodo, fu il primo artista afro-americano ad avere un suo programma radiofonico e successivamente uno show televisivo a copertura nazionale. In entrambi i casi i programmi non durarono molto, furono cancellati perché gli sponsor – non volendo legarsi ad un artista nero – si ritirarono. Cole combatté il razzismo per tutta la sua vita, rifiutandosi di esibirsi nei locali dove venivano applicate le norme sulla segregazione. Nel 1956 fu attaccato sul palco a Birmingham (Alabama) da membri del White Citizens’ Council che sembrava volessero rapirlo. Nonostante il rapido intervento della polizia, fu ferito alla schiena: non terminò lo spettacolo e giurò di non tornare mai più ad esibirsi nel sud degli Stati Uniti, promessa che mantenne.